Biografia

Sergio Floriani, nato nel 1948 a Grantorto (Padova), frequenta l'Accademia di Belle Arti di Venezia e in seguito la facoltà di chimica all'Università degli Studi di Torino. Attualmente risiede e lavora a Gattico (Novara).

Il suo studio-laboratorio si raggiunge attraversando una corte silenziosa, un'oasi dove antico e moderno convivono e dove una bruma impalpabile resta sospesa qualsiasi sia la stagione in cui vi si faccia visita. La carica poetica dei luoghi dei quali l'artista si circonda è la stessa che si percepisce nelle sue opere, fin dagli esordi, tra la fine degli anni Settanta e i primissimi anni Ottanta (si pensi a quadri come Orizzonti-dittico del 1981, realizzati a pastello su carta tirata a mano).

Originale interprete della ricerca d'area concettuale, Floriani prende parte nel 1981 alla prima edizione dello "Spazio Giovani" all'Expo Arte di Bari. In questa occasione è decisivo l'incontro con il critico Giorgio di Genova, sotto la cui egida, l'anno successivo, viene costituito il Gruppo Narciso Arte. Esso riunisce una stretta cerchia di artisti (oltre a Floriani, Giuseppe Biagi, Antonio e Tano Brancato, Michele Cossyro, Luca Patella e Giuseppe Rogolino), accomunati da un ritorno alla vocazione estetica originaria del rispecchiamento dell'io nel medium pittorico, cui allude metaforicamente il richiamo al mito di Narciso e le cui radici si riconoscono nelle indagini autoriflessive condotte negli anni Sessanta da Giulio Paolini e Michelangelo Pistoletto. Il Gruppo della Narciso Arte si presenta per la prima volta a Roma nel gennaio 1982, con la rassegna Narcissus, allestita presso l'Istituto Italo Latino Americano e in seguito portata all'Art 13 di Basilea.

In questi anni il lavoro di Floriani ruota attorno a due costanti: la specularità e la duplicazione delle immagini. Con una tecnica raffinatissima, fatta di velature diafane e di vibranti variazioni luminose, nascono le vedute del Lago d'Orta e gli orizzonti lagunari veneziani. La personale Architetture d'acqua, curata da Massimo Melotti nell'estate del 1983 ad Orta San Giulio è il segno di una autonoma maturità d'espressione. L'artista continua, tuttavia, a prender parte alle mostre della Narciso Arte, numerose e spesso simultanee; si ricordino Ars Narcissiana, a Bagheria, Narciso Arte, a Como, Lo stagno di Narciso, alla Saleriana di Erice, Autoriflessi(one), a Borgomanero, Narciso Arte - I Riflessivi, a Macerata e a Fabriano, tutte curate da Giorgio di Genova nel corso del 1983 e nel 1984.

Sull'onda di questo successo si manifesta l'occasione di partecipare alla Biennale di Venezia del 1984, accordo poi disatteso dalla Commissione, nonostante l'ufficialità dell'invito, come minutamente, e non senza amarezza, racconta Giorgio Di Genova nella Storia dell'arte italiana per generazioni pubblicata di recente.

L'anno successivo, il 1985, il gruppo si scioglie. Floriani prosegue sulla sua strada e presenta i lavori realizzati in vista della Biennale in due importanti personali: Architetture, curata da Massimo Melotti, e L'anima e il rispecchiamento, presentata in catalogo da un testo di Riccardo Barletta; la prima si tiene a Torino, presso il Palazzo della Regione Piemonte, la seconda a Gavirate, nel medievale Chiostro di Voltorre, dove vengono esposti i primi Teatrini e le nuove soluzioni con gli specchi: Mon trèsor rinascimentale (1984), Tetraiside II (1984), Columna Exagona / Colorare in circolo (1984-85) e Grande speculum (1985).

La sua pittura, mediata da una riflessione sull'architettura, inizia ad avvicinarsi alle forme della scultura e al contempo lascia emergere quella nuova linea di ricerca, focalizzata sul fenomeno fisico della formazione dei colori, che troverà uno snodo significativo nella personale milanese Zodiaci d'acqua, inaugurata nel gennaio 1988 presso la Galleria Il Naviglio da Tommaso Trini. Floriani vi espone i Cerchi d'acqua (1987), Lo stagno (1987), una installazione realizzata con specchi, acciaio e legno catramato, e i grandi acquerelli; si tratta di lavori giocati sul motivo della scissione del cerchio. La sensibilità razionale e logica che muove l'artista non manca di emozione e, come osserva Trini, non è "disgiunta da un'ansia metafisica". Ma è soprattutto evidente una volontà intrattenibile di allargare lo spazio di relazione tra chi crea l'arte e chi la accoglie, ovvero tra artista e fruitore. Non è casuale che la mostra si apra con la video-scultura Autoriflessione (1988), l'unica realizzata a differenza di altre due videoinstallazioni di cui restano i progetti: Impronte dell'aprile 1989 e Il velo di Ptah del giugno 1991.

L'esperienza della video art, seppur breve, pone l'accento sulla versatilità del linguaggio di Floriani, ormai distaccato dal citazionismo in chiave concettuale dei primi anni Ottanta. A distanza di anni dagli esordi, è possibile distinguere, inoltre, un modo di procedere per cicli, via via affrontati con coerenza, esplorati fino all'esaurimento della minima potenzialità espressiva e abbandonati solo dopo averne colto l'intuizione che potrà avviare la fase successiva.
Così, dai Cerchi d'acqua del 1987 nascono consequenzialmente due nuovi cicli: Asportare (1988) e Sollevare (1989).

La tendenza alla tridimensionalità scultorea si fa più esplicita e nascono immediatamente le prime sculture in ferro e acciaio come Sollevare III (1989) e come l'installazione Synopis e Lux mundi (1990), collocata nel Loggiato dello Speciano del Palazzo dei Vescovi di Novara.

Il 1989 è da considerarsi effettivamente un anno di svolta perché vi affiora per la prima volta l'idea dell'impronta e perché la pittura travalica la propria grammatica per farsi anche scultura. A esplicitare questi ultimi esiti del percorso di Floriani sono la personale curata da Martina Corgnati allo Studio Noacco di Chieri nel 1989 e le tre mostre Digito, ergo sum del 1991 presentate all'Atelier di Carrara, alla Studio Beniamino di Sanremo e al Cavallino di Venezia da Giorgio Celli e Giorgio Di Genova. Con l'impronta Floriani introduce un fattore emotivo ed esperienziale, ricorrendo a un linguaggio espressivo più diretto, finalizzato ad azzerare ogni valenza concettuale. Da questo momento l'impronta costituirà il segno distintivo dell'artista.

Del 1991 sono le tele imbottite, dipinte con colori acrilici. Nell'anno successivo il lavoro si fa più duro con le impronte scavate su tavola rigida; il colore, se pure steso per velature tenui, è compatto e monocromo. Un'occasione per vedere riunite le opere in bassorilievo realizzate dal 1991 al 1994 è la mostra tenutasi a Sesto Calende nel 1994, intitolata L'impronta digitante tra immaginazione e realtà e curata da Lucio Cabutti. Solo tra il 1997 e il 1998 Floriani ci mostra il processo esecutivo delle opere, per sedimentazione di strati e per variazione dei colori, rendendo visibili le sovrapposizioni cromatiche prima nascoste; ne sono un esempio Dittico biancastro e Impronta di Monet del 1998.

Contemporaneamente nascono le sculture in ferro e stagno: Sospeso ad un filo (1990), Identità in evoluzione (1990) e Identità sfuggente (1990); quest'ultima verrà presentata nel 1995 alla Biennale del bronzetto di Padova. Significativa risulta la scelta di usare un materiale vivo come lo stagno, capace di trattenere e di riflettere la luce: vi si coglie una certa nostalgia per il motivo del rispecchiamento che aveva caratterizzato la fase della Narciso Arte. Non meraviglia in tal senso il ritorno dello specchio in un'opera come Dispersione dell'io (1993) e in altre installazioni proposte nella mostra Coils, ospitata nel Museo Promozionale di Cultura di Cannobio nell'estate 1993; illuminante in proposito il saggio di Marco Rosci Dalla logica dello specchio ai simboli della materia contenuto nel catalogo.

I risultati più evidenti delle esperienze di Floriani in ambito scultoreo si palesano tuttavia con La porta della legge (1996), per la quale gli viene assegnato il primo premio al Concorso Internazionale di Scultura "Arona 96". Anche in questo caso, come per le altre strutture tridimensionali realizzate con l'apporto delle più varie procedure esecutive, emerge non solo una sorprendente capacità tecnica, ma una naturale vocazione spaziale, cosicché ogni opera si armonizza senza dissonanze con l'ambiente cui è destinata. Ne sono un esempio la XIV Stazione della via della Croce di Curino (1999) e ancor di più la definitiva collocazione presso il forte di Exilles dell'opera Cercando un equilibrio (1998), che, dopo la mostra Signum Forte del 2008, sarebbe stato irragionevole spostare, per il senso di spaesamento che avrebbe suscitato la sua mancanza.

A questo punto del suo percorso artistico appare doverosa la duplice mostra antologica Le porte sull'infinito dedicatagli dal Museo Civico di Padova, la sua città d'origine, e dall'Arengo del Broletto di Novara, provincia in cui da tempo risiede. Il catalogo pubblicato in occasione delle due mostre, accanto ai testi critici di Marco Rosci, Flaminio Gualdoni ed Enrico Gusella, offre una documentazione complessiva ed esauriente della quasi ventennale attività dell'artista. Un'attenzione particolare è riservata dalla critica alle quattro Porte nere del 1998, punto d'arrivo di una riflessione sulla specularità iniziata anni prima con Mon trèsor rinascimentale (1984) e con Grande speculum (1985).

Tra il 2000 e il 2002 si assiste ad un ritorno dell'uso del pastello, un materiale più caldo rispetto all'acrilico: i colori appaiono più vivi e penetranti, la materia si solidifica, il calcolo progettuale si confronta con la misura intuitiva. È il momento di lavori come Esagono irregolare (2000), Carte d'identità (2001), Non complanare (2001), segnati da variazioni geometriche e deviazioni dei piani, obiettivi perseguiti anche nella contemporanea serie di sculture in ferro e stagno: Non complanare, Srotolare, Cilindro scortecciato, tutte del 2001.

Nel 2002 si tiene alla GAM di Gallarate un'altra rassegna antologica, a cura di Flaminio Gualdoni, e viene presentato il nuovo ciclo di opere con carta giapponese e catramina, con le quali Floriani prosegue le riflessioni sull'io insite in lavori antecedenti come Identità complessa, l'opera del 1990 con cui la retrospettiva si apre.

Fare un'arte che muove dal pensiero significa non cedere mai all'immobilità e rimanere sempre in transito tra il reale e il suo mistero. L'impronta è in questo caso la soglia, il tramite di due mondi che si incontrano. Qui risiede il fascino che emana dalle sue opere, qualsiasi sia la forma e la materia in cui trova visibilità la tensione emotiva di partenza.

L'impegno infaticabile e radioso dell'artista è cadenzato dall'infittirsi delle mostre. Si ricordino la personale milanese La logica dell'immaginario alla Naviglio Modern Art, curata nel 2004 da Marco Rosci, che insieme a Giorgio di Genova è ormai diventato il suo interprete più autorevole; e la collettiva Generazione anni '40 ospitata nel Museo del Novecento "G. Bargellini" a Pieve di Cento, nel 2005.

Dopo aver utilizzato per oltre un decennio (1990-2003) il ferro, Floriani passa all'uso del piombo, combinandolo ora con la sabbia nera, ora con lo stagno. Tra il 2004 e il 2008 è circoscritto un periodo di febbrile attività, gli "anni di piombo", che culmina con le due personali presentate quasi simultaneamente in due spazi espositivi di Milano: la serie di opere realizzate nel biennio 2004-2005 e intitolata Quadro_ quadrato viene esposta alla Galleria Artestudio, mentre presso l'Annunciata Galleria d'Arte viene esposto il ciclo Meta_ quadrato, composto d'un fiato nel 2007 e progettato appositamente per lo spazio espositivo dell'Annunciata.

I più recenti lavori dell'artista hanno un respiro lirico. Vi si ritrovano il gusto della spontaneità progettuale, a partire dal semplice modulo quadrato, e le vibrazioni del colore, il grande assente dall'ultima tavola a pastello del 2000 fino al 2009. Naturalmente ogni nuovo esperimento si innesta sulle ricerche anteriori. E così non manca il segno dell'impronta, adesso in relazione con la parola "signum", non sempre esibita nella sua totalità. La nota più significativa è la straordinaria forza delle sue opere, per quanto minute, di sfuggire costantemente a una definizione precisa. Se prima era lo stagno a creare incertezza percettiva, ora è il colore dorato a rompere, a seconda dell'intensità della luce, la continuità tra l'oggetto e il suo apparire. La predisposizione dell'artista a interagire con la totalità dello spazio, concependo unitamente pittura, scultura e architettura, pare aprirsi a nuove possibilità di sviluppi.

:: biografia ::
:: opere ::
:: mostre ::
:: critica ::
   :: News ::
“VERO DIO VERO UOMO”
martedì 29 giugno 2010
Chiesa S.S. Cosma e Damiano di Gattico (NO)
ore 20.30 S. Messa
ore 21.00 Disvelamento della Croce

< scarica l'invito >